Enrico Lucci

LA VITA*

Quando il giornale locale “Il Biellese”, l’undici maggio del 1979, divulga la notizia della morte di Enrico Lucci, l’articolista ricorda di averlo visto l’ultima volta la domenica precedente, in occasione di una conferenza stampa all’Ospedale degli Infermi sul problema dell’emodialisi. Il resoconto di quel dibattitto, pubblicato il martedì sullo stesso bisettimanale, era corredato da una fotografia con un Lucci assai smagrito e tirato, che aveva causato una serie di telefonate alla redazione da parte di conoscenti stupiti per l’aspetto provato dell’amico, apparso in salute fino a poco tempo prima. In realtà la malattia colpisce Enrico Lucci in modo fulmineo e devastante, ma senza impedirgli di recarsi nel suo studio di Presidente della struttura ospedaliera fino al giorno precedente la morte. Al di là dei controlli medici milanesi sullo stadio di avanzamento del male, Lucci non aveva fatto altro per curarsi. In fondo, l’avere accettato la realtà del tumore, non cercando, magari all’estero o in cliniche prestigiose, l’estrema possibilità di salvezza, è di per sé un epliogo che riassume il suo modo di rapportarsi alle cose della vita. Egli aveva certamente le possibilità e le conoscenze necessarie per tentare una forse disperata, costosa e quasi certamente inutile cura, ma essendo al vertice di una struttura sanitaria pubblica rifiutava ogni possibile scappatoia. Enrico Lucci nasce quarantanove anni prima, il sedici luglio 1930, in provincia di Parma, a Bardi, città di origine della madre. A Biella si trasferisce l’intera famiglia a seguito del padre, Armando, inizialmente dipendente della società appaltatrice della riscossione del dazio e successivamente ricco daziere con una propria florida società, perennemente in viaggio fra Biella e l’altra piazza, Parma, conservata per ragioni di prestigio. Un’attività redditizia ma certamente faticosa, alla quale anche la madre, Maria Bassi, collabora. Nel tempo libero la donna si dedica ad una serie di attività di beneficenza che la rendono nota presso parecchie istituzioni biellesi, soprattutto l’Asilo Serralunga, di cui diviene presidente. La sua attenzione per i rapporti umani e per le iniziative di solidarietà sono elementi che segnano indelebilmente il figlio, a lei legato da un affetto profondo. Il rapporto fra i due è di intensità unica, tanto da far pensare che la figura materna sia in grado di condizionare la vita affettiva e sentimentale del figlio, che le resterà al fianco in ogni caso, anche rinunciando a qualche cosa di sé.

Lucci si laurea in giurisprudenza all’Università di Torino. Non brucia le tappe, ma si fa onore: subito dopo entra nell’azienda paterna, anche se il lavoro, che pure svolge con scrupolo, non lo appassiona. Il padre, malgrado la floridezza degli affari, continua a corrispondere al figlio uno stipendio fisso, non particolarmente cospicuo, forse per temprarne la volontà e la capacità di evitare gli sprechi. Non farà in tempo a dimostrarsi meno severo almeno nei rapporti di lavoro: perderà la vita in un incidente automobilistico, il venti settembre del 1965, mentre torna da Venezia verso Abano Terme.

Enrico è negli Stati Uniti, da dove rientra di corsa. Il dolore per la perdita è grande, e parecchie sono le preoccupazioni anche dal punto di vista lavorativo. Deve tacitare le voci di coloro che, anche con l’ovvia mira di fargli perdere gli appalti del dazio, lo additano come “figlio di papà”, non troppo abituato alla fatica e quindi potenzialmente incapace di gestire la società. In realtà l’azienda continuerà a marciare bene sotto la sua guida: saranno le decisioni governative, fra il 1972 ed il 1973, a determinare la fine della sua carriera di imprenditore.

Con l’amico Pino, a lui vicino già dall’adolescenza, si interroga sul suo futuro. Accenna al fatto che gli è stato proposto di diventare Presidente dell’Ospedale degli Infermi. Al consiglio che gli viene dato – di trascorrere qualche mese all’anno nei paradisi della Polinesia, per poi passare a qualche località montana alla moda e tornare infine a Biella per dedicare qualche mese almeno ai suoi amici – Lucci scoppia a ridere. L’amico intuisce che la decisione è già stata presa. Ed è comunque chiaro che non ha alcuna intenzione di passare il resto della vita — aveva allora circa 44 anni — a godere della sua fortuna. Sua precisa intenzione è quella di “fare” qualcosa, realizzare qualche progetto, ma di genere diverso da quello dell’impresa pura e semplice. In fondo, la presidenza di un ente complesso, con gravi problemi strutturali oltre che in una fase di grande cambiamento, nel quale scontrarsi con le difficoltà di una gestione fortemente politicizzata ed insieme con gli scogli contrattuali di una categoria sindacalmente molto forte, doveva rappresentare per lui una sfida allettante come uomo d’impresa. Era, nello stesso tempo, la possibilità di dare un significato quanto mai concreto al bisogno personale di solidarietà ed equità sociale.

Nel 1974 diviene Presidente dell’Ospedale con designazione da parte dell’intero Consiglio Comunale di Biella. I cinque anni che seguono sono assai intensi, a tratti frenetici: l’attività svolta a servizio dell’Ospedale diviene il suo vero e proprio lavoro quotidiano. Sono anni in cui la sinergia fra la fondazione Caraccio e la struttura ospedaliera produce una serie di cambiamenti che modificano profondamente l’aspetto fisico, le potenzialità e la qualità di assistenza dell’Ospedale nel suo insieme.

Nel 1977 si colloca un evento che sconvolge Lucci profondamente: è la perdita della madre, figura per molti aspetti ispiratrice e consigliera dell’attività del figlio, il quale, rimasto a vivere da solo nella grande villa di salita dei Cappuccini ove si era trasferito dopo la morte del padre, confessa agli amici di sentirsi spesso drammaticamente solo.

Neppure due anni dopo si manifesteranno in lui i primi sintomi della malattia che sembrerà fatalmente ricollegarsi all’epatite che lo aveva colpito da ragazzo e che a distanza di sei mesi lo porterà alla morte.

Muore nel 1979.

*La collezione Enrico Lucci, a cura di Vittorio Natale, Biella 1997, pp.11-13.